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Il supermercato sotto casa: quando la piazza diventa scaffale

Riflessione di Nicola Tamburrino (sottoilcielo)

redazione
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C’era un tempo in cui la spesa era una conversazione.
Entravi in bottega e sapevi già che, insieme al pane, avresti ricevuto anche una domanda, una battuta, una notizia del giorno.
Il negozio era una piccola piazza coperta, un punto d’incontro dove la moneta aveva ancora un volto, e il tempo scorreva con la misura di chi ti conosce per nome.

Oggi, quella stessa piazza — quella vera, di pietra e passi — è rimasta in silenzio.
Al suo posto, o a pochi metri da lì, sorge il supermercato “sotto casa”, che in realtà non appartiene a nessuno: aperto fino a tardi, pieno di luci, ma senza occhi che ti guardano davvero.
È l’evoluzione perfetta di un sistema che ci vuole autonomi, ma soli.

L’efficienza che non sa ascoltare

Dentro il supermercato tutto è studiato: l’illuminazione, i percorsi, i colori, persino la musica.
L’unica cosa che non è prevista è la parola.
Nessuno ti dice più “oggi è buono il pomodoro”, o “prendi questo formaggio, è arrivato stamattina”.
Ci sono offerte, tessere punti, QR code, ma non storie.
E così, poco a poco, il gesto del comprare ha perso la sua umanità, diventando un rito solitario in mezzo alla folla.

L’efficienza ha sostituito la relazione.
Non si tratta solo di economia, ma di antropologia: abbiamo consegnato la socialità alle casse automatiche, e in cambio abbiamo guadagnato tempo — quel tempo che poi non sappiamo come riempire.

La piazza vuota e il carrello pieno

Se provi a tornare in piazza la sera, la scena è surreale:
le vetrine storiche spente, il rumore dei carrelli sul selciato, le insegne che rimbalzano contro la facciata della Basilica come lune artificiali.
Non ci sono più odori di pane, né chiacchiere di vicinato.
Solo il suono monotono dei frigoriferi che non dormono mai.

La piazza è diventata uno scaffale all’aperto, un luogo dove la presenza umana è sostituita dalla logistica.
Eppure, proprio in quella solitudine, qualcosa si muove: la nostalgia di un rapporto più vero con ciò che si acquista e con chi lo offre.

Chi compra, chi vende, chi resta

Molti negozianti di paese non hanno retto alla concorrenza.
Qualcuno ha chiuso, altri hanno resistito accorciando gli orari, o trasformandosi in punti vendita ibridi, metà bottega e metà distributore.
Ma dietro ogni serranda abbassata c’è una storia familiare, una voce che manca al coro.

Il problema non è solo economico.
È culturale.
Abbiamo confuso la comodità con la libertà, dimenticando che la libertà è fatta anche di legami, non solo di scelte infinite.
Perché la spesa sotto casa era, in fondo, una forma di fiducia reciproca: tu mi conosci, io mi fido di te.

Una nuova prossimità

Il futuro non sarà un ritorno nostalgico, ma una riscoperta.
Forse torneranno le botteghe in forme diverse: piccoli mercati locali, cooperative, filiere corte, o negozi digitali che consegnano prodotti veri da persone vere.
Forse la piazza troverà un nuovo modo di respirare, se smetteremo di considerarla un semplice parcheggio del sabato.

Ciò che serve non è demonizzare il supermercato, ma ricordarci che la convenienza non è un valore assoluto.
La relazione, la fiducia, la lentezza: sono questi i veri sconti di cui abbiamo bisogno.

Conclusione

Ogni volta che un negozio chiude, si spegne una luce che non si riaccende con l’elettricità.
Ma forse basta poco per invertire il segno: un caffè al bar, una chiacchiera con chi vende il pane, un saluto a chi ci serve con un sorriso.
Sono questi i piccoli gesti che tengono viva la città.

Perché, in fondo, la differenza tra un supermercato e una piazza non è negli scaffali, ma nei volti.

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