25 Aprile, una riflessione dalla Società Vastese di Storia Patria Luigi Marchesani

redazione
24/04/2026
Attualità
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Se è necessario ricordare e ricordare ancora, perché la memoria non si perda, il 25 Aprile, giorno in cui la liberazione dalla dittatura nazifascista è divenuta realtà, e storia, è tra le date più importanti da conservare e trasmettere.

I soci della Società Vastese di Storia Patria sono uniti nella volontà di non dimenticare, convinti di come le inutili crudeltà, l’odio razziale, la tentazione di degradare i propri simili, siano sempre acquattati all’interno di questa nostra umanità, dove il dottor Jekyll e mister Hyde si agitano e la banalità del male è risorgente non appena l’essere umano si trova a far fronte a emergenze, assunzioni di responsabilità, richiesta del superamento di schieramenti egoistici.

Il nostro ricordo va ai gruppi di resistenti, di partigiani di tutta la nostra penisola, in particolare a quelli che in Abruzzo, primi in Italia, operarono incuranti dei pericoli, della vita, delle torture, per liberare il territorio dalla presenza nazifascista; teniamo presente che la Linea Gustav passava sul territorio abruzzese e i primi eccidi sono stati subiti dalla sua popolazione. Circa 50 formazioni partigiane operarono in prevalenza in zone montuose, un’azione che non è stata ancora sufficientemente valorizzata, e che invece ha avuto un forte impatto a favore della lotta per il riscatto della nostra terra, divenuta teatro di lotte feroci, di distruzioni, basti pensare alle lotte legate appunto alla linea Gustav, a città rase al suolo come Ortona. Ha dimostrato una forza e un coraggio incredibili, ha subìto torture disumane, basti un nome,Trentino La Barba.

Ma oltre alla lotta armata brilla l’Abruzzo per quella che è stata definita Resistenza umanitaria. Tra gli storici che hanno rivalutato l’azione di contrasto degli abruzzesi, ma anche la loro capacità di accoglienza, sfidando consapevoli grandissimi pericoli, pagando con la tortura e con la vita, c’è l’inglese Roger Absalom.

Scrive Absalom: “ “Il fenomeno dell’assistenza spontanea era generalizzato in tutta la regione abruzzese, con punte più alte nelle province di L’Aquila, Chieti, Pescara. Sulla base di statistiche desumibili dai documenti conservati negli archivi nazionali di Washington, si può calcolare un coinvolgimento di decine di migliaia di persone nell’assistenza, sempre rischiosa, agli ex prigionieri alleati fuggiti dai campi di concentramento, dopo l’8 settembre. … (che) erano probabilmente più di 10.000. Altri elementi non quantitativi fanno pensare che la disponibilità a prestare tale assistenza fosse ancora più diffusa”. Particolarmente interessanti sono le numerose testimonianze, dirette o indirette, lasciate dagli ex-prigionieri in Abruzzo, tra essi Uys Krige, John Esmond Fox, Donald Jones, Jack Goody, John Furman, William Simpson, John Verney, Sam Derry, J P. Gallagher, Dan Kurzman, John Broad, Hans Catz, Tony Davies, Ronald Mann, Guy Weymouth, Joseph Frelinghuysen, John Miller, Martin Schou, Stan Skinner, Gladys Smith. Per questo, il fenomeno dell’aiuto ai prigionieri di guerra è stato definito “epopea”. Una pagina di storia, piena di episodi drammatici e toccanti. I partigiani morivano combattendo ma ci fu anche chi venne   imprigionato, condannato a morte, fucilato per aver dato assistenza e rifugio, perfino un pezzo di pane. Una forma di resistenza, in cui le donne hanno rivestito un ruolo fondamentale.

Qualche anno fa come Società di Storia Patria abbiamo pubblicato un volume che oltre ad approfondimenti logistici e storici contiene testimonianze dirette dell’ultimo anno del conflitto: “I fili della memoria: anni di guerra1943/44. Testimonianze e approfondimenti” (2018). Oggi parecchi di quelli che hanno partecipato non ci sono più, ma il loro racconto rimarrà, si trasmetterà, spero, anche se in minima parte, alle generazioni future. Magari uno solo ne sarà coinvolto, ma tant’è. Per dirla con Emily Dickinson “Se allevierò il dolore di una vita / o aiuterò un pettirosso a rientrare nel  nido / non avrò vissuto invano”. Esiste anche un video che esplora vari aspetti dell’argomento attraverso il lavoro di ricerca dei soci dott. Nicola D’Adamo, Gen. Gianfranco Rastelli, prof. Antonio Mucciaccio, prof. Luigi Medea, e me. Sono piccole gocce. Ma di gocce è fatto il mare. Se interessa si può guardare su YouTube.

Il 25 aprile, però, va oltre tutto questo; è l’alba del giorno dopo, è il risveglio, è il fiore che nasce tra cumuli di macerie, nonostante il dolore, le perdite, le violenze.

L’Italia ha saputo recuperare dignità e forza, ha liberato città, grazie ai partigiani, prima degli alleati, o assieme a essi com’è avvenuto per la Brigata Maiella.

Inizia ad assaporare sensazioni ormai desuete come la libertà di parola e pensiero, recupera il valore dei diritti e dei doveri, della giustizia sociale, della tolleranza. Si avvia verso innovazioni che vedono nascere la Repubblica, definire il voto alle donne, la pacificazione sociale, la ricostruzione e tutta una serie di proposte indispensabili per la crescita collettiva.

Produce una Costituzione, tra le migliori al mondo, e che il mondo ci invidia. Per anni abbiamo vissuto con l’idea di un traguardo acquisito, inossidabile, indiscutibile. Forse non abbiamo compreso a sufficienza che, come per l’amore fra coniugi che non è mai un dato di fatto, ma si ripropone ogni giorno indipendentemente dalle ragioni che l’hanno fatto nascere, così la democrazia, i valori a essa connessi, i traguardi raggiunti, vanno tutelati e riproposti, continuamente.Siamo in un momento difficile in cui la tentazione involutiva si fa sempre più pressante; nel caos di questo tempo prendono corpo aspirazioni autarchiche.

Bisogna vigilare, bisogna dialogare e non odiare, essere sempre all’erta, perché l’intolleranza, la fame di potere e di denaro corrompono l’essere umano; e la voglia di vendersi al miglior offerente cresce in momenti di instabilità politica. Ci si vende per un piatto di lenticchie come Esaù, rinunciando alla propria autonomia, come lui rinunciò alla primogenitura che all’epoca significava acquisire il maggior grado di autorità. Se salvezza c’è è prevalentemente nell’etica e nella conoscenza; baluardi irrinunciabili.

Vi saluto con gli straordinari versi che Bertolt Brecht, a conclusione dell’opera teatrale La resistibile ascesa di Arturo Ui, ci lascia, come attualissima riflessione: E voi, imparate che occorre vedere /e non guardare in aria;/ occorre agire / e non parlare. / Questo mostro stava, una volta,/ per governare il mondo!/ I popoli lo spensero,/ ma ora non cantiamo vittoria troppo presto: / il grembo da cui nacque è ancor fecondo.

Gabriella Izzi Benedetti

Presidente della Società Vastese di Storia Patria Luigi Marchesani

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